<--- Click on Menu

it hits me

It hits me
the night before it happened
and it came from the back of beyond.
“can you take it?”
“this is you, lover…”
drifting with caution,
- winter burns of perennial fright -
to be born in the purple,
so to speak.

Categories: poetry

RETREAT

The argument is this: all displays of weakness are distasteful: they witness defeat by compulsory constriction: they do so massively and socially. This isn’t ancient day;  it’s tomorrow. It’s unstable, baby. I am a definition of live: or the denial of a denial: it is a gift to reason: all things tend to defeat. It is domestic English: a common tongue to all: it’s the shape of wire: faith is about retreat. It is a touch that shakes: the fall of mystic life: it is a tale of conviction: a demon powers my side. My only sound is a different music, the one of the moving muscle, of the nerves tense. It ignores seasons, travels like dawn through thin air. It’s abstinence of generating life: the fear of demanding eye: it’s an obsolete frequency: it’s an enquiry on a new life. The mystic breed: to hear: to have a crackdown:  one of the stainless ones. That’s how far I’m willing to go. This is the ultimate you. Will love save the day in interesting times?

Categories: texts

Voynich

I decline the Voynich manuscript
because it’s too feline for my own good
and it disdains my lofty afternoons.
I prefer skillful video games
for two circles of the clock.

Categories: poetry

IT – LEISURE

“Into a Limbo large and broad, since called The Paradise of Fools, to few unknown.” (John Milton, Paradise Lost)
Chi ha “dato luce” a queste fotografie cerca quello che il nostro mondo non può offrire: uno spazio ed un tempo incondizionati, un qualche “dove” integro e ascetico, un Limbo. Spazi aperti ed estesi, privi di un qualsiasi moto che ci possa condurre da qualche parte, sospesi in un “vacuus” che ci impone una necessità da colmare. Una domanda viene spontanea: dove deve dirigersi l’occhio? Lo sguardo curioso andrà vagando al centro della foto o ai suoi bordi: in quei punti dove le figure (mancanti o assenti, direbbero alcuni) si daranno come suggestioni di una grande pace, di una staticità che dice molto dell’oggi: si può riempire lo spazio di tutto o di nulla, il risultato è lo stesso: non si rappresenta e non si dà significato a nulla. Quello che queste immagini significano è quello che vi è rappresentato, ovvero il significante che schiude un’intuizione (o un sospetto), come fine ultimo di un dialogo estetico tra un osservante o l’oggetto osservato. L’autrice di queste fotografie è suggestionata dalla confortevole inattività, e dall’inerzia muta e desolante della statica assoluta che ella coglie con l’obiettivo. Lei direbbe che si tratta dell’ozio (da cui “Leisure”) “come forma connessa al riposo delle forme, alla loro staticità intrinseca. Staticità non negativamente connotata, bensì spazialmente rinvenuta”. La pace si trova, non si cerca: è un premio imprevedibilmente dato in certi momenti, in alcune situazioni e senza criterio. Ma c’è dell’altro. C’è sempre dell’altro. E’ percepibile una precisa sensazione di terminazione, un silenzio forse crepuscolare, del “dopo vissuto”, un post-Mondo. Stranamente, l’immobilità, i colori sono vividi e accesi senza mai essere veramente ardenti o crudi: ora simili a pastelli vivi, ora ad acquerelli unidimensionali. Ed è questa misura apertamente onirica e di esplicita immaginazione, in cui gli spazi si arrendono all’oblio del non-movimento, che queste foto sembrano più disegni; in questi terreni, cantieri e cunicoli, in cui le forme severe e lineari sono di qualche conforto contro il silenzio, emerge un desiderio di lucida astrazione e una sorta di libido incauta e sognatrice, vaga, feconda – una forza in costante ricerca dello stadio successivo all’ozio contemplativo e assorto: il nulla.
“Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.” (Virginia Woolf)

Scritto per la mostra  “Leisure” di Martina Magno presso le ” Officine Fotografiche” nel novembre 2008 a cura di Thomas Bugno

Categories: texts

IT – Oracolo

Questo è la trascrizione di un responso dell’oracolo messicano Patricia Velásquez
(Naucalpan de Juárez 1924 – Ciudad de México 1978):
“è una scienza emersa… è una risposta… sono i cambiamenti… modernità…  le domande…  il mondo diventa piccolo…  questo mondo…  è io…  mio…  è mio…  è mio…  nulla mi separa dalla
terra e la terra emersa…  come una…  razza di animali…   è tutto…  uno è uno…  uno…  sempre…  il sole splende sulla terra emersa…  è la terra dei due soli…   io mi alimento di tutto…  il sole…  la luce è la luce di tre soli che danno la vita…  alla vita…  ricorda sempre…  sempre…  che la vita è sempre…  è per sempre…  io non voglio parlare…  parlare…  Dio è nelle cose… è in tutte le cose…  in tutte le cose…  i monti…  i laghi…  i bambini e salvare i bambini è imperativo…  solo Dio è in Dio…  e nelle cose le mie affezioni…  affezioni…  il contatto con il mondo…  con il mondo è la terra che si chiama terra…  si chiama terra terra e mondo…  è un metodo…  è nell’ordine delle cose…  è in tutto quello che vedo…  è nelle acque che esplodono…  la mia coscienza esplode…  coscienza esplode…  esplode…  e io sono il mondo che Dio ha…  creato…   Dio ha creato il mondo…  a immagine e somiglianza del mondo…  è continuo…  è continuo incedere del mondo su di me…  non ci sono cose migliori del bello…  è in una pioggia d’estate…  Dio è ovunque d’estate Dio è ovunque d’inverno… Dio nelle mie braccia…  Dio è nel mio sonno e nel pulsare del tuono…  lo senti scorrere del tempo…  io sono con tutto…  io non sono venuta al mondo…  io sono venuta dal mondo…  sono cresciuta e e sono qui con te che mi guardi… e sono in tutte le cose… io perdo… io perdo… dove vivo…  e sono qui con il mondo intorno a me… e le frequenze dell’universo… sono in un fuoco… in una mente… è il flusso continuo del mondo su di me… io sono tutto… e io… sono il vuoto… in me… sono sopra e sotto… oltre e lontano… la sciagura del divenire… il cosmo… io mi dipingo di verde… il cosmo respira di luce… io sono i continenti e l’acqua del mare…”

Categories: texts

IT – Opera Rebis presenta ‘C’era una volta un futuro’


C’ERA UNA VOLTA UN FUTURO



Thomas Bugno ~ Luca Cutrufelli ~ Dario D’Aronco ~ Marco Fedele Di Catrano
Marco Di Giovanni ~ Elettrophonica ~ Michele Giangrande ~ Alessandro Giuliano
Giorgio Orbi ~ Christian Niccoli ~ Agnese Trocchi

a cura di Antonia Alampi e Anna Simone

opening: venerdí 5 marzo 2010 dalle ore 19.00 ~ via dei volsci 114/116 roma

fino al 19 marzo 2010 ~ apertura dal giovedì al sabato dalle 18 alle 21 (possono variare verificare sempre via telefono) o su appuntamento
contatti: 3661880377  3392804814 opera.rebis@gmail.com
www.operarebis.com


(…) tra l’opprimente imprevedibilità di un futuro infinitamente aperto e tuttavia senza avvenire e l’ingombrante molteplicità di un passato ritornato a essere opaco, il presente è diventato la categoria della nostra comprensione di noi stessi.
Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo

Venerdì 5 marzo 2010, dalle ore 19.00, in via dei Volsci 114/116, lʼAssociazione Culturale Opera Rebis presenta C’era una volta un futuro, progetto a cura di Antonia Alampi e Anna Simone.
C’era una volta un futuro è una mostra collettiva di giovani artisti italiani, alcuni conosciuti, altri emergenti, che trae origine da una doppia ispirazione.
La prima, latu sensu politica, è la condizione di precarietà – esistenziale, oltre che economica – dellʼattuale periodo storico, caratterizzato da unʼinstabilità che cancella nelle giovani generazioni, compresse tra un passato che si espande e un futuro che recede, quella carica emotiva necessaria nel perseguire le ambizioni e coltivare i sogni.
La seconda nasce dalle caratteristiche stesse della struttura espositiva. Ex fabbrica di materassi prima, associazione culturale tunisina poi, locale in vendita oggi, la sede ospitante è uno spazio in disuso nel cuore del quartiere romano di San Lorenzo, scenario di storie (micro-industriali, di contestazione sociale, d’immigrazione, di vita studentesca e d’importante sperimentazione artistica) fortemente rappresentative degli ultimi anni.
Non contesto deputato all’arte, stabile e cristallizzato, ma luogo transitorio, del cui passato si hanno informazioni approssimative e il cui futuro è assolutamente imprevedibile. In questo senso, perdendo ogni connotato di compiacimento vintage, lo sfuggente genius loci del suo presente e le caratteristiche del suo degrado divengono metafora della provvisorietà e della spersonalizzazione del tempo che stiamo vivendo.

Gli artisti invitati, molti dei quali hanno realizzato interventi site-specific assumendo per oggetto le evidenze spaziali e materiali del contesto, rielaborano la tematica affrontata attraverso differenti linguaggi espressivi, ognuno in uno spazio fisicamente delimitato.
In questo modo, la rarefazione e il senso d’isolamento indotti (per citare Zygmunt Bauman) dalla odierna “società liquida”, sono espressi attraverso un percorso la cui unitarietà è deliberatamente (e forse inevitabilmente) frammentata.
La rielaborazione delle caratteristiche morfologiche dellʼarchitettura, il concetto di limite imposto, l’obsolescenza tecnologica, le visioni nostalgiche o apocalittiche, le simbologie abusate, sono solo alcuni dei diversi aspetti trattati da opere che s’inseriscono, si amalgamano e traggono ispirazione dallo spazio stesso.

Durante l’intero periodo di apertura della mostra, allʼinterno degli spazi espositivi, si susseguiranno diversi eventi collaterali – concerti, incontri, performance, workshop – in  collaborazione con curatori esterni. I diversi appuntamenti saranno segnalati sul sito: www.operarebis.com.

Il giorno dellʼinaugurazione, dalle 20.30, si esibiranno gli Elettrophonica diy sound machines.
Elettrophonica è un progetto sonoro nato nell’autunno del 2008 dalla collaborazione tra Francesco Landolfi e Valentino Diego, con lo scopo di individuare e costruire apparecchiature meccanico – elettroniche che generino suoni. L’obiettivo che il duo si propone è quello di creare attraverso questi congegni in continua evoluzione e trasformazione, dei luoghi sonori sospesi tra lʼinstabile e lʼossessivo.

In occasione della mostra sarà presentata una pubblicazione in edizione limitata edita da Boîte a cura di Antonia Alampi e Anna Simone con contributi di Federica BoràginaGiulia BrivioGianni RomanoValentina Tanni, Claudio Zambianchi, Antonia Alampi e Anna Simone e interviste agli artisti di Stefano ElenaFrancesca OrsiChiara Vigliotti.

Il progetto si inserisce allʼinterno di un programma di attività organizzate da OPERA REBIS, Associazione Culturale no profit fondata nel 2008 a Firenze. Scopo dellʼassociazione, priva di una base “stabile”, è promuovere progetti artistici contemporanei in spazi non convenzionali, di volta in volta producendo, organizzando o sostenendo eventi culturali che intendono ri-appropriarsi, anche solo per un breve frammento temporale, dei numerosi spazi “inutilizzati” o abbandonati sparsi per le città, in Italia e allʼestero.

L’evento è stato realizzato grazie al sostegno di:

INTESA SAN PAOLO

INVENTIO srl

ALCHIMIA jewellery school in Florence

Con il patrocinio di:

Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”

Provincia di Roma

III Municipio del Comune di Roma

Sponsor tecnici:

CHARTREUSE

CONTI ZECCA

EDITEES TM

PRIMO ristorante al pigneto

PRO D3 srl

RAYBOOM snc

VODKA VERTICAL

ZIONE

Media partner:

Boîte

ESPOARTE contemporary art magazine

Categories: texts

hyper real is this sinking feeling

hyper real is this sinking feeling that images of void and lust and masses of non-entities press on you as work violently deprives of peace and strange is way these thing move, slowly and uneven, as a tender and almost sweet breeze breathes from outside it comforts me as a compass of youth and infancy broken only by unwise words from a strange and obscure mist prometheus delivers a steady and unsuspecting flow of desire and knowledge as someone moves in unsuspecting way towards me as giving speech to indifferent song of math. “abbandon yourself to this flow…” she wrote in impending doom – my territory is as ritual as language: confining colours and grace to each of the spheres of the heavens. and this harmony is my gift from me to you: cherish and defend this architecture of love, girl. faith will come only twice or less in a life time and it will teach everything you need to know. time is on each doorstep and it will want it’s death toll, as numbers of irredeemable strength, as a tsunami to that irresistible land of memory where little things gather around me as ambassadors of another age when alternative meaning of these things – a different belonging, an easy gathering of hope – where in the confinement of post-humanity there is no direction but the one inwards: take good care of yourself and of the things you love and cherish. don’t forget to chase the electrons in you and make sure that everything comes to place. communication-information is really no transmission – there is nothing said but the deafening volume of muzak: an overture of trouble and grief.

Categories: texts

IT – Costante dielettrica del vuoto e del nuovo

Da piccolo, ero solito immaginare la storia del mondo come una linea sinuosa squarciata più o meno alla metà da un evento inimmaginabile, uno spartiacque che avrei in seguito eliminato dalla mia fantasia. La separazione tra un “prima” e un “dopo” era data dalla scoperta dell’elettricità e dallo sviluppo dei dispositivi  tecnologici ad essa correlati. Ero ossessionato da quanto la tecnologia digitale faceva per me e per il resto della mia gente: pensavo che fondasse le nostre vite, che desse ad esse un senso. Mi sembrava impossibile concepire la vita senza elettricità. Ne conseguiva che ci dovesse essere un punto nella storia nel quale insieme alle prime lampadine si fossero accese anche le coscienze degli uomini, la loro innata capacità di iniziativa, il desiderio di innalzarsi dall’istinto animale. Avevo inconsapevolmente fuso insieme nascita del linguaggio, della civiltà, delle leggi e del diritto, l’Illuminismo, la Rivoluzione Industriale, lo sviluppo della tecnologia digitale e tutto ciò che ritenessi connesso alla “modernità” che si dava a me in forma di luce al neon. Dai circa sette ai dieci anni, tutto quello che precedesse “l’improvviso sorgere delle meraviglie della luce tecnologica” era visto come oscuro, tetro, arido, precedente all’Umano: un lungo, impietoso, crudele e freddo Alto Medioevo in cui tutto si sarebbe dovuto ancora acquisire.

Categories: texts

IT – Tradurre

La traduzione è un processo nel quale le traiettorie del significato si diramano nei percorsi di una sapienza biblica.  Si potrebbe dire “L’infinito (nel) testuale”, il significato incorporato e interiorizzato, grazie a un frammento di una parola, che è una resa di un senso che rivela le infinite possibilità del dire. Una grande responsabilità.  Davvero.  Un lavoro che nasconde secoli di maestria poietica, un’arte che cela il motivo stesso del comunicare, dell’essere tra simili, del dire di sé.  L’essenza stessa dell’essere una comunità.

Categories: texts